Ci sono zone che da sempre sono elette al vino:gia’in epoca romana le zone ai piedi dei monti Lessini erano votate al vino,terreni incredibili di origine vulcanica,argille di medio impasto con varie tipologie di calcare,altrove sabbiosi o ancora con graniti e dolomie.

E’da un po’che vorrei scrivere di un vitigno attraverso la voce di chi lo fa.Ho scelto il vitigno a bacca bianca piu’importante del Veneto e confinata tra Soave e Gambellara:la Garganega.

La zona di Soave non potrebbe aver nome migliore:un borgo dominato da uno splendido castello scaligero,una stupenda zona collinare,vigne curate e poi farlo col sole!E’una gioia per gli occhi vedere le pergole veronesi nei filari.

Siamo in Maggio e le viti hanno gia’lavorato:dopo il il germogliamento, l’apice vegetativo comincia ad allungarsi ad una velocità sempre maggiore, raggiungendo il massimo a metà giugno (2-4 cm/giorno). Successivamente la velocità di crescita diminuisce, sia perché la pianta accentua la sua forza vegetativa sulla maturazione degli acini, sia anche per il fatto che le condizioni per la crescita vengono meno (ad esempio, temperatura, acqua, durata del giorno).

La garganega collinare e’una pianta lenta che lavora piano e lo vedo:la vegetazione non si e’sviluppata ancora del tutto,i filari si vestono con parsimonia,assonati dopo il pianto primaverile.

Ho scelto di visitare Filippo Filippi,l’ho scelto per pochi fattori ma esesnziali:e’biologico,e’nella zona piu’alta del soave ad oltre 400 m slm,e’circondato da boschi. Inoltre scopriró che vinifica in purezza ed usa solo acciaio,cosa che personalmente trovo sublime.

Ci arrivo in solitaria mentre alla radio suona “Rescue me” di Fontella Bass seguita da “Dancing in the streets “di Martha Reeves:queste regine della Motown amerebbero il Soave perche’il Soave e’tanto blues e tantissima Soul.

Filippo Filippi e’un omone,una stazza d’ orso dai capelli lunghi ,una volta biondi ed ora canuti,occhi azzurro turchese e molto accomodante.Di fuori il suo trattore che credo riuscirebbe pure a fare impennare.Un uomo genuino che quando si anima butta dentro due slang di dialetto veronese.

Mi piace il suo iniziale riserbo.

Iniziamo a parlare della storia del suo casale dopo il suo caffe’.Stamattina si e’alzato alle 4 svegliato dalla tempesta,e’anche grandinato e all’alba e’andato nei campi a controllare se ci fossero danni.

Non ha dormito.La sua fortuna, mi spiega ,é nella lentezza della garganega alla crescita e di come quassú la vite sia ancora piu’lenta,una fortuna per lui,non ci sono stati danni.

Le viti stanno ancora gettando,poi col tempo si muoveranno ma senza la vigoria della bassa anche perche’ha piante di 50 60 anni piantate da suo nonno nel 1950 dopo che nel 1920 sua nonna rilevo’il campo dai conti in rovina.

Il suo casale risale al 1300,appartenuto ad una famiglia nobiliare che andó in rovina sui primi del 900.Il conte che viveva dei tributi dei vari mezzadri si rovinó perché non chiese per alcuni anni il tributo dei noleggi,poi il resto lo fece la fillossera,fu costretto a vendere casa e campi e la storia seguente mi porta davanti a questo tavolo massello su cui c’e’un casino discreto:bottiglie in degustazione ,vari libri e un piatto che raccoglie tutte le formazioni rocciose che si trovano nei suoi campi.

Tufo ,argille vari fossili marini a denotare il contenuto calcareo e pietre:granito,dolomie,scisti.roccia basaltica di origine vulcanica e calcarea per una sapidita’eccelsa.Sabbia qua e lá.

La conversazione é in principio molto essenziale,diciamo che mi studia dal principio,forse ha ancora sonno e si apre il giusto.

 Filippo lavora nel mondo del vino dal 1992, ma è solo dal 2003 che vinifica con un’azienda tutta sua. Prima conferiva le uve in una cooperativa locale.

E’un uomo che si é fatto largo nel mondo del suo vino con riserbo e piu’che vignaiolo si definisce “un contadino” e la cosa mi piace molto,c’é umiltá e se é di poche parole c’é da dire che e’ Vero,genuino e spontaneo.

Dopo l’istituto di Agraria per un po’ ha lavorato con il fratello e adesso da solo. Fa parte di VinNatur e dice di dovere molto ad Angiolino Maule, ma non è un estremista: biologico ma non biodinamico, usa solfiti (circa 15mg/l !!!) giusto per selezionare i lieviti indigeni migliori e non nasconde di avere usato nel  passato anche quelli selezionati. Costretto a  forza, lo farebbe ancora.

Temperature di fermentazione non controllate, o controllate poco.Vinificazione e affinamento esclusivamente in acciaio.

Mentre iniziamo i sorseggi noto che si anima,ama i suoi vini ed ama berli , ama chi li apprezza ,ama chi li beve.

Si definisce un agronomo ed enologo autodidatta.

Dice che ha deciso per il bio perche’il vino in principio lo faceva per sé,quindi meno roba c’era dentro e meglio era.Lo ha scelto doppiamente per la sua saluta perche’i trattamenti li fa lui .

Lo ha scelto perché”dove sto io e’pulito ed i boschi mi fanno da barriera contro i trattamenti altrui,del resto qua tira sempre il vento”

L’unica acqua ammessa e’quella dove ha lasciato della borraggine.Si ferma e ne mastica ,dice che gli fanno bene allo stomaco e che sono ricche di proprietá ma ridendo aggiunge che non bisogna abusarne perché lassative:l’ ha raccolta stamattina nel bosco che circonda la sua tenuta.

E’l’unico ad avere i filari tutti confinati da boschi,che oltre a preservare il clima aiutano a donare humus al suo terreno e lo protegge dai trattamenti chimici dei viticoltori limitrofi.

15 ettari di vigna attorniati da 30 ettari di bosco.

Ci porta il cane a passeggio,un giro alla mattina ed uno alla sera“cosí si spurga” facendosi strada tra la vegetazione sfruttando le piste che i cinghiali hanno aperto.Lo vorrebbe ripulire ma troppi sghei per adesso.

Descrive la sua giornata in un contesto dove il tempo sembra non esistere,mi sembra quasi di trovarmi davanti ad un personaggio delle fiabe:il gigante buono della collina incontaminata.

Fuori casa sua anche un agricampeggio dove ogni cartone di vino acquistato hai una notte gratis.Solo un camper di tedeschi oggi.Gli italiani preferiscono lo spiazzo cementato di sotto a Soave,magari non sanno nemmeno della bellezza di questa collina,della brezza che é sempre presente e fresca,delle stradine che rincorronono in anse e saliscendi i profili variegati dei filari.

Filippo ora e’carico,sorride,ride e gli si illuminano gli occhi oltre che le papille gustative durante la mescita:gli piacciono i vini taglienti,forti di una bella acidita’,non fosse per una straordinaria sapidita’ che la equilibra in una durezza amaricante.Una durezza cromatica,un prisma di sapori.

Sono questi i vini che rappresentano un territorio:non devono essere equilibrati per raccogliere armonia,la loro bevuta é sottesa dal saporito aprirsi in bocca a smorzare l’ingresso deciso dell’aciditá e mentre inizi a salivare ecco che il vino spande la sua saporita fragranza regalandoti la forte presenza materica del vino nella sua sensazione tattile.

Sono vini croccanti di una bevibilitá sconcertante.E sono a stomaco vuoto,e mi aspetta ancora ignaro la degustazione dai silos!

La conversazione e’ quindi decisamente scoppiettante ed apprezzo molto la sua franchezza nel parlare di vigna e vino,non nasconde certi errori fatti che l’hanno aiutato a migliorare come quando dice che all’inizio della sua attivitá,sotto la consulenza di un enologo esterno,ha usato lieviti selezionati.

Anche adesso riceve consulenze enologiche,ma poi alla fine dice di fare sempre di testa sua:

Filippo non fa filosofia,fa Vino.

Basta dire che quando sono entrato stava servendo una coppia di tedeschi parlando il italiano:“Non serviva la lingua,era il vino che parlava”

Filippo raccoglie a fine Settembre quando comincia il freddo in collina e con faceto fatalismo racconta di arrivare lungo per dare assaggi ai giudici per le selezioni dei premi.

“Sono fuori dal jet set”,eppure un grande distributore(grande come qualita’non numeri) come Caves des Pyrenes gliene acquista almeno 6ooo bottiglie ogni anno,piu’del suo 10% di produzione e vende soprattutto in Canada,dove apprezzano magari le sue annate piu’calde e rotonde.

Ama e parla dei vini di pietra:in mezzo al casino della tavola ha uno splendido volume sui vini vulcanici e non c’é da stupirsi che parli di un Fiano fatto da due giovani ragazzi con ceppi centenari grossi come alberelli e prefillossera.

Ama davvero degustare,mi racconta,e gli piace il Lambrusco:la prossima volta gli porto una cassa di  Sassoscuro di Vittorio Graziano,giá pregustando il clima.

Amore da agricoltore e custode del tempo : le sue vigne hanno  più di 50 anni, piantate in spazi difficilmente raggiungibili .Uno spazio affascinante, incontaminato.

Da qualche anno ha abbandonato la tramoggia per raccogliere tutto a mano.Pressa soffice ad 1 bar con tutto il raspo:perde un pó di resa ma e’contento nel sentirne la differenza al naso.

Filippo vinifica  a partire da Chardonnay che raccoglie e vinifica prima e che usa come pié de cuve sugli altri mosti.

nella sua cantina non vige certo l’ordine,del resto lavora da solo ed uno da solo lavora nell’ordine che crede.Un anno ad un controllo non tornavano le conte sui registri,poi si e’accorto che un silos che credeva vuoto in effetti era colmo di vino!

I VITIGNI:

Quattro cru: Castelcerino, Monteseroni, Vigna della Brà e Turbiana. I terreni variano di metro in metro: qui origini vulcaniche-argillose, lì calcareo-sabbioso.

L’uva più usata, all’interno di una produzione attorno alle 50mila bottiglie (“Ma potrebbero essere 80mila“), è ovviamente la Garganega. Dà vita al base Castelcerino, e la riserva Vigna delle Brà . Nelle annate migliori viene fatto anche il Monteseroni, una Garganega ossidata dal  cru dello stesso nome.Poi Turbiana, Trebbiano di Soave in purezza , Susinaro,Chardonnay in purezza e Calprea, Recioto di Soave in purezza che non ho tuttavia assaggiato.

GLI ASSAGGI

TURBIANA:100% Trebbiano di Soave.Da un vecchio clone di Trebbiano con bassissima produzione per ceppo che garantisce una resa di soli 20 ettolitri per ettaro. Il vigneto si trova a circa 400 metri di altezza, su un terreno per la prima volta coltivato a vite. Nell’antichità veniva utilizzato come pascolo per pecore (era chiamato “Campo del Pastore”) vista la scarsa fertilità per la presenza di roccia affiorante in più punti. Nespola, mandorla e cedro candito al naso, rispecchia in bocca il terreno dal quale viene prodotto, avvolgente ed allo stesso tempo roccioso.L’assagio dal silos del 2016 e’una invasione di sapore,tanta ciccia che gioca con la sua freschezza . I vini di Filippi hanno come cifra la sapidità. Ciò che più ti colpisce è la mineralità, che tampona l’acidità e che dona una bevibilità adorabile.Sapido e complesso.

VIGNA DELLE BRÀ:100% Garganega.Da vigneti posti a 400m d’altezza con viti di oltre 60 anni. Il terreno è particolarmente argilloso con presenza sia di roccia basaltica di natura vulcanica che di roccia calcarea. Vinificato in acciaio, rimane a contatto con i suoi lieviti per 20 mesi. Naso denso con sentori minerali che virano su note di idrocarburo. Bocca polputa di frutta bianca ben bilanciata dalla sapidità.Il Bra 2016 dal silos risulta ancora zuccherino,Filippo lo descrive quasi come un Riesling Alsaziano ,poi dice che spera che rifermenti ancora per azzerare il grado.Ci mancherebbe che venisse fuori troppo rotondo.“Poco male Filippo” gli dico“al massimo lo vendi in Canada!”

Il Bra 2013 invece e’suadente e caldo,fresco e salato,molto bilanciato,un’annata calda che si sente nel bicchiere:tanta sostanza e materia in bocca per un finale lungo. Il 2014 invece e’abbastanza tagliente:note agrumate di pompelmo e bergamotto.Una staffilata che dopo il frutto al naso ritrovi poi in bocca.Una bevibilitá straordinaria davvero:fresca ed un attimo sbilanciata sulle durezze che esprime tutta la sua tipicita’:come non esserlo con un suolo del genere,a 400 mslm in un’annata fredda e piovosa.

Un vino tra gli altri da dimenticarsi in cantina ed aprire tra 10 anni,non fosse che vini del genere non ci arrivano perché troppo gustosi anche da giovani.

MONTESERONI:100% Garganega:Monteseroni significa “Monte dei galli cedroni”. È un vigneto posto ai confini di un vecchio bosco di querce su terreno calcareo. Viti vecchie di 70/80 anni. Vinificato ed affinato in acciaio dove rimane a contatto con i lieviti per circa dieci mesi. Salino, minerale, avvolgente.

SUSINARO:100% Chardonnay:Da un vigneto posto a 360 metri sul livello del mare su terreno basaltico-argilloso con una resa per ettaro di soli 30 ettolitri. Vinificato ed affinato in acciaio dove rimane per 10 mesi a contatto con le fecce. Fine ed intrigante. Susine mature, fieno e fiori essiccati. Bocca tesa, sapida, scalpitante.

CASTELCERINO:100% Garganefa:Il Castelcerino è uno dei migliori Soave,  minerale e con il giusto finale lievemente amaricante.Da viti di oltre 45 anni su terreni d’origine vulcanica con i tipici sassi neri basaltici affioranti. Vinificato ed affinato in acciaio, come in tutti i vini di Filippi non vengono utilizzate pompe ma solamente la gravità. Non fatevi trarre in inganno dal prezzo. Il Castelcerino è un vino con le palle. Vibrante, teso e minerale con una spiccata vena sapida che rende il finale lunghissimo

Sarebbe come un pezzo anni ’90:basso chitarra e batteria,semplice ma azzeccatissimo,sostanza essenziale e centratissima,suoni distinti come le note dei sapori che assggi,mi dico degustando.

Mi accorgo che renderebbe una raffigurazione altrettanto vera di Filippo a cui peró aggiungerei un tocco di Soul….la sua immagine di agricoltore mi fa pensare a”Georgia Boy” di Al Green…